Bottiglie, bicchieri e tutto ciò che serve per preparare un drink scompaiono dietro due ante decorate a mano, aspettando semplicemente il momento giusto per tornare in scena. Con il nuovo Cabinet Bar Palladiana e Arlecchini, Fornasetti trasforma l’angolo bar di casa in un piccolo teatro domestico.
Le sette di sera hanno un rituale tutto loro. Si sceglie una bottiglia, si prende il bicchiere giusto, il ghiaccio comincia a suonare contro il vetro e per qualche minuto preparare un cocktail diventa qualcosa di molto diverso dal semplice versarsi da bere. Ci sono la gestualità precisa delle mani, il tempo necessario per dosare gli ingredienti, il movimento del liquido nel bicchiere e quell’istante in cui il drink è pronto ma nessuno lo ha ancora assaggiato, piccoli passaggi che acquistano ancora più fascino quando tutto accade a casa, lontano dal bancone di un cocktail bar. Fornasetti parte proprio da questa dimensione intima e conviviale per immaginare un mobile capace non soltanto di custodire ciò che serve per il momento dell’aperitivo, ma di trasformarne la preparazione in un piccolo rituale domestico.
Il nuovo Cabinet Bar Palladiana e Arlecchini raccoglie bottiglie, bicchieri e accessori dietro una facciata che difficilmente potrebbe essere scambiata per un semplice contenitore. Alto poco più di un metro, costruito combinando legno di frassino, vetro e ottone, viene decorato a mano nell’Atelier milanese e numerato, lasciando che le leggere variazioni inevitabilmente prodotte dal lavoro artigianale rendano ogni esemplare diverso dal successivo. Da chiuso sembra quasi sottrarsi alla propria funzione, lasciando che siano architetture, prospettive e figure a catturare per prime lo sguardo; quando le ante si aprono, invece, l’illusione cede il passo alla vita reale e il mobile rivela tutto ciò che occorre per preparare il primo drink della sera.

Quando un mobile diventa una piccola scena
Palladiana costruisce lo spazio, gli Arlecchini lo abitano. I due decori si incontrano sulla stessa superficie senza cercare un equilibrio troppo ordinato: le architetture disegnano profondità che sembrano continuare oltre i confini fisici del mobile, porte e prospettive confondono continuamente ciò che è reale con ciò che è soltanto rappresentato, mentre le figure mascherate attraversano questo scenario immaginario introducendo quella nota ironica e teatrale che appartiene da sempre al vocabolario di Fornasetti. Più a lungo lo si osserva, più il cabinet sembra perdere “vita” e assomigliare a una minuscola architettura abitata, una sorta di palcoscenico racchiuso tra quattro pareti e destinato, all’occorrenza, a custodire anche una collezione di bottiglie.
Del resto, trasformare l’ordinario attraverso l’immaginazione è uno dei gesti più autenticamente fornasettiani. Dalla nascita dell’Atelier milanese nel 1940, Piero Fornasetti ha trattato piatti, mobili, paraventi e oggetti d’uso quotidiano come superfici sulle quali far convivere architetture impossibili, soli, occhi, serrature, mani e volti, costruendo nel tempo un repertorio visivo vastissimo e immediatamente riconoscibile. L’archivio conserva oggi oltre tredicimila tra disegni, dipinti, modelli, oggetti e intuizioni, un patrimonio che Barnaba Fornasetti continua a rileggere senza congelarlo nel passato, mantenendo vivo proprio quel gioco di variazioni, citazioni e trasformazioni che permetteva a suo padre di partire dalla stessa immagine e condurla ogni volta altrove.
Tavoli, piatti, sedie, paraventi e cabinet continuano così a svolgere perfettamente la funzione per cui sono stati creati, ma sarebbe riduttivo fermarsi lì, perché la decorazione ne altera la percezione, cambia il rapporto con lo spazio che li circonda e porta dentro casa qualcosa che appartiene più all’immaginazione che alla necessità. Anche il Cabinet Bar segue questa logica: conserva bottiglie e bicchieri come ci si aspetterebbe, ma nel frattempo occupa la stanza con la presenza di un pezzo da osservare, abbastanza scenografico da continuare a raccontare qualcosa anche quando le ante sono chiuse e l’ultimo cocktail della sera è ormai soltanto un bicchiere vuoto.


